Istanbul è. Partire con un’idea tornare con un’altra.
La cultura dell’interrogarsi
di Antonella Andriuolo
Istanbul è una città giovane. Le strade di Taksim, i vicoli di Moda, i viali di Kadıköy sono sempre pieni di ragazzi. Venire qui è interrogarsi sul proprio futuro, su quello che sarà il domani, sul concetto di identità e multiculturalità. Sono solo dei ponti a dividere il continente asiatico da quello europeo, ponti attraversati ogni giorno da centinaia di persone. Volti e sguardi che si incrociano mentre si beve una spremuta in uno dei tanti chioschi, mentre si compra qualche oggetto al Gran Bazar o mentre si ammira la Torre di Galata. L’occhio di un giornalista, però, non dovrebbe soffermarsi solo su questi aspetti. Un occhio critico e allenato dovrebbe guardare oltre, magari soffermandosi sulla voce della città. Sì, sulla voce. Cosa dice Istanbul? O, meglio, cosa ci dice Istanbul? Ogni città parla, e questa lo fa in modo particolare. Istanbul ci induce, per esempio, a ri-valutare il nostro concetto di integrazione.
La prima volta pensai che, qui, la vita è più dura che altrove. Quando si ha
una pre-visione, intesa come un’immagine dettata dal pre-giudizio, il rischio che si corre è questo. Ma a nessuno si nega una seconda possibilità e Istanbul non la nega: le prime impressioni possono essere sbagliate. Una serata trascorsa in un pub, al centro della pista giovani come noi. Noi chi? Sempre gli stessi, quelli che, con una certa ingenuità, si erano lasciati trasportare dall’idea pre-costituita che avevano della società turca. Istanbul è una città confusa. Donne con il velo, donne senza, modi di vita differenti ma mai in contrasto. Libertà e tradizione. Perché il caos di Istanbul è la sua forza. Un’energia propulsiva che sembra irradiarsi anche dalle canne dei pescatori schierati sul ponte, una delle scene più tipiche che questa megalopoli riserva ai suoi visitatori.
15 milioni di abitanti non sono pochi ma i mezzi per muoversi sono tanti: il traghetto, che accorcia le distanze fra le due sponde, gli autobus, i filobus, i taxi e i Dolmuş, taxi collettivi dalle fermate prestabilite, economici e convenienti. È per questo che Istanbul è una città organizzata. Lo è anche quando si va nelle università, che ospitano campus moderni e sconfinati. Il canto del muezzin risuona anche qui. Navigando sul Bosforo, all’ora del tramonto, i minareti disegnano geometrie perfette che fanno incontrare cielo e terra. Insieme a fuoco e aria, sono proprio i quattro elementi a fare da filo conduttore nel programma degli eventi messo in agenda per “Istanbul Capitale Europea della Cultura 2010”.
Istanbul è una città colta. Oltre alla sua antichissima storia, può contare su un valore aggiunto: la cultura dell’accoglienza. Non sei straniero ad Istanbul, l’ospitalità è radicata nella gente e nelle cose. Abbiamo parlato con tante persone in questi giorni, alcune delle quali si sono trasferite qui ormai da anni. Il Prof. Scito, di origine italiana, insegna all’Università di Marmara; con lui abbiamo discusso sul mondo dei media e della comunicazione. Ma non solo: abbiamo anche viaggiato insieme e questo è stato, forse, uno dei modi più diretti per immergersi nella città. Viaggiare, partire, tornare.
Qual è dunque il messaggio che Istanbul trasmette? Quale la voce? Con un pizzico di prudenza, potremmo dire che la voce di Istanbul
è una voce diversa, che non pretende di dare risposte ma che pone, al contrario, delle domande. La sua confusione, il suo disordine diventano allora il luogo ideale per ri-considerarla, per vederla sotto una nuova luce. La luce dell’interrogativo e l’immenso valore che questo ha ma che, spesso, nel quotidiano, si perde. Dire sì o no, mai forse. Vedere bianco o nero, mai le sfumature. Mettere un punto fermo invece che un punto interrogativo. Sempre. È qui, dunque, che Istanbul sembra lanciare un messaggio che somiglia più a un invito: sicuri di avere le idee chiare? Di voler mettere un punto fermo? Di conoscere il valore della domanda, della cultura dell’interrogarsi?
Talvolta lasciare una sospensione può essere davvero utile. Permette ai nostri pensieri di vagare, andare lontano, vicino, volare, migrare e attraversare ponti.
Non solo per andare avanti ma anche, quando serve, per poter tornare indietro.
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